lunedì 5 dicembre 2016

Sguardi sul lago

Quando le assenze si impongono sulle presenze. 
Quando i silenzi schiacciano le parole. 
Quando i ricordi sovrastano i momenti vissuti. 
Quando ciò che sei stato distrugge ciò che sei. 
Quando le emozioni cedono il passo al controllo. 
Quando senti che per aprire la tua vita devi chiudere. 
Quello è il momento di non osservare più l'acqua del lago, ma di spingersi laggiù, oltre la riva, verso la montagna e scalarla. Così da riuscire finalmente ad urlare la tua libertà. 

mercoledì 26 ottobre 2016

Risposte silenziose.

Ci sono parole, risposte, che vorresti sentire.
Poi comprendi che ciò che accade mentre attendi, così distante da ciò di cui avresti bisogno, è già di per sé una risposta.
È la risposta.
Quella che, a maggior ragione se non è ciò che desideravi, ti serve per comprendere.

Quella è la verità. La realtà. La concreta vita che stai percorrendo.

Il passo successivo sarà smettere di cercare una spiegazione, una motivazione. Se c'è, non è compito tuo trovarla.

Il passo dopo ancora sarà non insistere con le domande che necessitano una risposta.


Alcuni non sentono il campanello suonare, non odono i pugni che bussano alla porta e non guardano fuori dalla finestra.

Non è vero che domandare è lecito e rispondere è cortesia.
È piuttosto vero che domandare è superfluo e rispondere è impegnativo.



Si odono solo le domande alle quali si è in condizione di trovare una risposta. 
F. Nietzsche 



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giovedì 13 ottobre 2016

La trappola dell'ego ferito.

Non è colpa dei social networks, chiariamolo subito.
Se mai, questi, evidenziano ed alimentano la dipendenza a mio avviso più diffusa, triste e sempre in voga: il bisogno di considerazione.
E chi ne soffre, con i social ci va a nozze!

Ciò di cui parlo è un disturbo, un problema, che genera sofferenza e degenera in mancanza di armonia ed empatia con gli altri, oltre che con se stessi. Non mi riferisco alla normale necessità di interazione con gli altri oppure al piacere di sentirsi bene in compagnia, apprezzati in coppia, sul lavoro ed in famiglia, ma a al bisogno spasmodico di conferme e compiacenza, anche a scapito del benessere dei rapporti più stretti.
Mi sembra che le persone agiscano sempre di più in funzione delle altre, di ciò che queste pensano di loro, di quanto queste le apprezzino/osannino/lusinghino.
Ecco, la lusinga: personalmente, le lusinghe mi hanno sempre infastidito moltissimo, sono troppo distanti dalle attenzioni e dalle gentilezze sentite e fatte con il cuore. Portano con sè un tornaconto personale, un secondo fine egoistico ed anche quando travestite da sinceri complimenti, puzzano. No, non le cerco. Anzi, mi allertano e mi allontanano.

É tanto tempo che rifletto su che cosa renda, invece, così affascinanti e necessari - agli occhi di alcuni - questi bagni di zucchero.
A che cosa corrisponde questo continuo bisogno di considerazione e conferme?
Non posso fare a meno di collegare questa continua ricerca di riempitivi provenienti dall'esterno ad un enorme vuoto interno. Mi viene in mente un avvallamento sabbioso che non riesce mai a riempirsi perché fallato nel basso...insomma, con una perdita. E proprio sul concetto di "perdita" mi sono soffermata, poiché lo conosco e l'ho sperimentato a lungo. Avendone subito il condizionamento per gran parte della mia vita, so quanto sia ospite duro da mandare via.
Chi dipende dalla considerazione altrui, dal bisogno di far convergere su di sé l'attenzione di tutti, di fatto, non è in grado di ricambiare né verso se stesso né verso gli altri quanto ricevuto, perché, appunto, perde e disperde sentimento. Quando il sentimento che si ha per se stessi si fa debole, ci si attacca a fittizi appigli esterni con la speranza che possano soddisfare i propri narcisismo e autocommiserazione. Se invece il sentimento (il "sentire" ed il "sentirsi") c'è ed è SINCERO, lo si emana, lo si porta ovunque e non si cerca alcun supporto collaterale.
Dopo essersi visti, capiti e compresi, ma soprattutto dopo aver accettato la propria verità, di qualsiasi verità si tratti, epurata di sensi di colpa, condizionamenti e paure, non si avverte più il bisogno di far convergere su di sé la lusinga, l'applauso a richiesta, gli sguardi, i pensieri e le parole. Ciò che si cerca non è più la dolce menzogna, ma la lealtà. E soprattutto, si impara a dare e a fare meglio.
Poiché più si cerca considerazione, più lo stato d’insoddisfazione interno si fa presente e pressante, innescando un cerchio infinito.
Di solito infatti quella considerazione non arriverà e se arriverà, durerà poco perché la spinta che ha messo in moto il meccanismo è viziata da un bisogno "inquinato" e perché in fondo, tutto quel ricevere, non è meritato, ma lo si vorrebbe gratis, quasi come se spettasse di diritto.
La realtà è che si è adulti, ma il bisogno da soddisfare e, quel che è peggio, l'emotività in gioco, sono tipicamente infantili. Ad un bambino è giusto e doveroso dare senza riserve e condizioni, anche quando non lo merita, ma ad un adulto responsabile?

La spasmodica ricerca di attenzioni e di conferme non è che una prigione e la prigionia, anche se dorata ed ammaliante, è pur sempre un castigo.

Per comprendere la causa profonda di questa infelicità ci si dovrebbe spingere in profondità, alla radice di questa imperante necessità di essere visti-notati-apprezzati-ammirati, e capire che non ha nulla a che fare con l’esser "presenti e voluti", bensì con il sentirsi fluttuare tra l'oblio e l'invisibile. Più si chiede, più ci si prodiga , meno ci verrà dato. La matrice di questa sensazione di costante perdita, di mancanza, risiede nell'infanzia, in una ferita inferta al bambino di un tempo e finché non verrà individuata, vista per quella che è ed elaborata, l'emotività resterà ferma a quel periodo.
E quindi, come bambini, si continuerà a far capricci, ci si pavoneggerà, si parlerà più forte, ci si batterà con ogni forza per rendersi indispensabili agli altri, si farà beneficenza in grande stile, si giocherà alla crocerossina e ai supereroi, si inventeranno i mal di pancia, si mostreranno i nostri lavoretti...e lo si farà tutto con una motivazione di ferro, commettendo l'errore gravissimo di perseguire (senza alcuna consapevolezza di sé) a qualsiasi prezzo un risultato-balsamo. Ignorando il fatto che di solito, il desiderio di raggiungere morbosamente e cocciutamente un risultato, appartiene all’ego, non all'anima. L'anima è ferita e l'ego agisce. Ma é una scorciatoia che non conduce ad alcun paradiso.
Anzi, l'energia vitale delle persone dipendenti dalla considerazione altrui, viene investita (sprecata) nel produrre nuove formule di visibilità e in men che non si dica, diventano schiave del mondo che le circonda. Un inferno! Sono disposte anche a connotare negativamente quell'attenzione, pur di averne.
Come i bambini diventano oppositivi, iperattivi, aggressivi, petulanti, purché ci sia un coinvolgimento altrui, anche questi adulti sdoganano tutto: discussioni, conflitti, comportamenti disturbanti, abbigliamento o vocabolario troppo eccentrici, ribellioni esagerate...
L'ego è come un animale in cerca di cibo. Se non mangia diventa sempre più aggressivo e fa in modo di trovare cibo in fretta per riprendere le forze e sentirsi nuovamente importante.
Gli altri, in sintesi, si trasformano in mamma e papà, e o si riesce a farsi dire "bravo/a" e a farsi fare una carezza, o si riesce a farli arrabbiare e a farsi dare una sberla.

La ferita del passato, il mancato affetto o la mancata comprensione, lavorano a livello inconscio e l'ego arrabbiato non riesce ad ottenere un SANO riconoscimento e sfocia nell'esibizionismo, stordito da un senso di grandiosità e di superiorità che non è altro che incapacità empatica. Paradossalmente, questi "bambini ignorati" che vorrebbero tanto amore, saranno gli adulti più egoisti e meno compassionevoli.

Credo che si possa uscire da certi meccanismi perversi solo trasformando il proprio dolore in volontà e sforzandosi di crescere, maturare attraverso l'individuazione della propria anima, della propria natura. Una seria terapia psicologica è un ottimo strumento di conoscenza e crescita, e al fine di trovare un equilibrio, aiuta a sentirsi finalmente coesi con noi stessi. 
Tutti abbiamo bisogno di attenzioni e amore, ben inteso, ma innanzi tutto, abbiamo bisogno delle nostre! Dovremmo mantenere attivi i nostri valori, principi, progetti per auto-realizzarci, sentendoci bene con noi stessi...non sofferenti, arrabbiati o infelici. Solo noi possiamo colmare le lacune e le carenze che minacciano la nostra interiorità, nessun altro. Ed è bello imparare a contenere (con-tenere) e a vivere con equilibrio le gioie, le difficoltà, le ansie, i problemi e le bellezze della vita, in armonia con se stessi.
Stare bene con sé, gratificarsi, essere costruttivi, indipendenti, saper gestire gli imprevisti, le sconfitte e la sofferenza senza sconfinare nella rabbia o nella depressione è indice che la nostra vita è funzionale e matura.

Siamo vivi, non soltanto dei sopravvissuti.
A nessun bambino piace avere sempre il broncio e se bambini non si è più, gli unici responsabili del nostro futuro e del nostro presente, siamo noi.




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